venerdì 22 agosto 2014

ITALIA. ECONOMIA E NUOVI SCHIAVI. F. GATTI, Non solo immigrati, tra i nuovi schiavi ci sono anche italiani, L'ESPRESSO, 22 agosto 2014



Dall’Alfa Romeo a bracciante della terra. In appena ventiquattro mesi il ragionier Vincenzo Micucci, 57 anni, ha ripercorso un secolo di storia che, attraverso due guerre mondiali, una dittatura e decenni di democrazia aveva portato l’Italia tra le prime potenze industriali al mondo. Un percorso al contrario, però: da responsabile contabilità di una delle concessionarie d’auto più grosse della Puglia a operaio agricolo a giornata.




Un giorno qualunque dopo sei mesi da disoccupato, passando sotto un antico ulivo in provincia di Bari, aveva deciso di appendere la corda e impiccarsi. L’hanno salvato un amico, la moglie, l’amore dei due figli. Il ragionier Micucci si è così risvegliato in un mondo diverso in cui nascere cittadino dell’Unione europea non affranca più dal rischio di finire al piano più basso del grattacielo della vita. Quello scantinato già affollato di africani, arabi, bulgari, polacchi, immigrati a migliaia nell’ultimo decennio per fare nelle campagne, come si diceva una volta, i lavori che gli italiani non fanno più. Ma che adesso la crisi costringe ad accettare.

DA GEOMETRA A BRACCIANTE
A fine estate le statistiche diranno quanti sono i nuovi stagionali. Tra loro c’è anche Angelo Rasola, 45 anni, di Cerignola, provincia di Foggia, che finora ha trovato soltanto ingaggi da schiavitù. Tre figli di 16, 13 e 4 anni, diploma di geometra, un lungo passato di notti a sfornare pane. Nel giro di qualche anno gli hanno ridotto lo stipendio. Dai mille euro ancora regolari del 2008 ai 650 in nero del 2014. Da far bastare per la famiglia, le spese per i libri di scuola, il desiderio di una vita dignitosa. Così ha lasciato il forno, per mettersi a cercare uno stipendio sufficiente.

Finora ha trovato un agricoltore italiano che l’ha rimbalzato al caporale romeno: il caporale gli ha offerto 20 euro a giornata, in nero ovviamente, dodici ore al giorno dall’alba al tramonto a raccogliere pesche, un euro e sessanta l’ora, un quinto del minimo sindacale. Il geometra Rasola ha allora provato a chiedere a un’azienda dove cercavano operai per tagliare i pomodori da essiccare. Ma pure lì la paga era al di sotto del minimo di sussistenza per una famiglia qualunque: 1,90 euro l’ora, tutte le notti dalle cinque di sera alle cinque del mattino. Laura Prospero, 27 anni, laurea in neuropsicologia e tante porte chiuse, ha invece ottenuto un contratto regolare da stagionale: 35 euro al giorno a raccogliere ciliegie con braccianti marocchini, polacchi, albanesi. Ma la stagione delle ciliegie è finita e Laura ora è a casa in attesa che cominci la raccolta delle olive.

Antonio CastellanaTra gli italiani che la crisi ha rispedito alla terra c’è anche Antonio Castellana, muratore lasciato senza stipendio dal crollo dell’edilizia. Ha 63 anni, tre figli. Troppo vecchio per emigrare all’estero, troppo giovane per la pensione. Però si considera fortunato. L’ha salvato il fatto che da ragazzo aveva imparato a guidare il trattore: per questo, adesso, continuano a chiamarlo.

Nell’agosto 2006, in questi stessi giorni, “l’Espresso” aveva indagato sul sistema di sfruttamento nascosto sotto la nostra catena alimentare. Una clamorosa inchiesta da infiltrato tra i braccianti sottoposti a condizioni di schiavitù. Avevamo scelto la provincia di Foggia perché era stagione di raccolta dei pomodori.

ULTIMA RISORSA
Durante quell’estate, grazie alla complice assenza di controlli, centinaia di lavoratori stranieri erano stati sequestrati dai caporali, chi protestava veniva massacrato di botte e alcuni operai erano stati addirittura uccisi. Da allora molto è cambiato, nelle leggi e nel numero di ispezioni nei campi. Ciò che non era immaginabile allora, però, è la rapidità con cui l’economia si sarebbe rovesciata. Tanto da spingere i disoccupati italiani di nuovo a piegarsi sulla terra.




Succede dal Friuli alla Sicilia. Con gli imprevisti e le difficoltà dell’agricoltura stagionale: le paghe minime, la precarietà, il maltempo, la fatica, l’impossibilità comunque di mantenere una famiglia. E in alcune regioni, l’aggravante del caporalato. Così accade nelle campagne di Cerignola dove i disoccupati del posto devono fari i conti con i caporali stranieri. Per anni a molte imprese ha fatto comodo controllare gli immigrati attraverso i gangster della manodopera, spesso loro connazionali. Adesso sono gli italiani a doversi confrontare. Più che una clessidra che gira nel tempo, è la lama di un coltello che cambia verso. Il caporalato funziona da polizia privata, abbassa il costo del lavoro, mantiene l’ordine. Come un secolo fa quando, proprio da Cerignola, Giuseppe Di Vittorio prendeva coscienza delle prime lotte sindacali. Anche per questo siamo tornati qui.

LA LEGGE DEI CAPORALI
«Ero andato a chiedere a un coltivatore di frutta. C’erano le pesche da raccogliere», racconta Angelo Rasola, l’ex fornaio: «Il titolare dell’azienda mi indica il suo caposquadra, il caporale romeno. Lui mi dice subito: se vuoi, vieni, sono 20 euro al giorno, si comincia all’alba per dodici ore. Venti euro in nero, sono seicento al mese. Senza contare i giorni di pioggia che non vengono pagati. E quest’anno non ha smesso di piovere. Forse in Romania con 20 euro al giorno si vive. Vengono qui d’estate, vivono ammassati in vecchie case e d’inverno tornano in patria. Ma in Italia con 20 euro al giorno, come fai a mandare avanti la famiglia? Le bollette, le spese per la scuola, 300 euro soltanto di libri. Non posso rassegnarmi alla schiavitù. Per questo non ho accettato. È meglio continuare a cercare. Ho mandato il curriculum ovunque, a un salsificio, perfino all’Alenia. L’edilizia è ferma e non posso nemmeno sfruttare il mio diploma di geometra. L’ultimo pane l’ho sfornato il 19 aprile, il sabato di Pasqua. Il proprietario ha deciso di vendere pane industriale. Costa meno. E non posso dargli torto. Troppe spese, troppe tasse. E non è che prima fossimo ricchi. Le paghe qui sono basse da sempre. Le due commesse in negozio prendevano 80 euro a settimana. Ma noi siamo in cinque e i mille euro di stipendio se ne andavano in gas, luce, mangiare, ringraziando il Signore che il mutuo l’ho finito di pagare lo scorso anno. Dal 19 aprile ho fatto anche il badante, in sostituzione per qualche giorno. Ho chiesto a bar, ristoranti. A parte i caporali e le loro condizioni, è tutto fermo». E come vivete, se da aprile non avete entrate? Il ragionier Rasola sorride timido: «Mio padre faceva l’impiegato all’acquedotto, ha una pensione di 900 euro. Mio suocero faceva l’ambulante, gli danno 498 euro al mese. Meno male che ci sono loro che ci pagano la spesa per mettere a tavola il primo o il secondo. Le bollette le pago, ma quando posso. Che devo fare?».

MURATORI ADDIO
C’è un’intera comunità di muratori a Cerignola che lavorava nei cantieri di tutta Italia. Si ritrovano al tramonto, nella calura di piazza Matteotti, ora in cui i caporali italiani pagano la giornata e ingaggiano i braccianti per l’indomani. Saverio, 60 anni, sta parlando con un uomo sulla cinquantina, un caporale del posto. Li riconosci dalle unghie delle mani pulite, il borsello a tracolla dove tengono il telefonino con i contatti e il taccuino con i nomi dei braccianti ingaggiati, i pantaloni a pinocchietto, i polpacci scoperti, i calzini bianchi corti dentro le scarpe da ginnastica. L’uniforme estiva tipica in Puglia nella gerarchia del lavoro.

Quanto pagate a giornata? «Gli italiani 40-45 euro», risponde il caporale. A contratto? «Macché a contratto, qua si fa tutto in nero», si lamenta Saverio e il caporale se ne va. Saverio ha una figlia adolescente ancora in casa, cinque nipotini dai due figli sposati e da tempo disoccupati. Spiega che dal 1970 al 2012 ha lavorato come carpentiere nei cantieri di tutta Italia, fino a Milano e Bolzano. Anche suo padre faceva il carpentiere. «Ma ora non si costruisce più. E come si fa? Non vendono più neanche una casa. Speriamo nella vendemmia. Stanno preparando le squadre di raccoglitori, ma anche oggi sono venuto qui per sentirmi dire che non c’è posto», ammette lui. Prima della vendemmia c’è la raccolta dei pomodori... «No, quelli li fanno gli stranieri. Gli stranieri hanno rovinato la piazza. O forse sono stati i padroni che li pagano 25 euro a giornata. Bah, comunque trovi stranieri anche nella vendemmia».

SENZA PAGA
Quando ha preso l’ultima paga? «Autunno 2013, un mese e mezzo di vendemmia e raccolta delle olive». Come fa a mantenere la famiglia, i suoi figli disoccupati, i nipotini? «Grazie ai genitori». Cioè grazie a lei e a sua moglie? «Non io, i miei genitori e i suoceri. Sono ancora vivi, prendono la pensione, ci aiutano con la spesa. Ormai non vale la pena nemmeno andare a rubare. Ti fai arrestare per 50 euro? Nei negozi non stanno meglio di noi, non girano più soldi». Ha mai rubato? Saverio ti fissa sorpreso dalla domanda, capelli ricci, occhi blu profondi, guance scavate. «No, dicevo per dire». Perché non vuole che scriva il suo vero nome? Forse è ancora utile far sapere cosa sta accadendo. «E tu lo credi ancora?», domanda l’ex carpentiere: «Guarda, a me non frega niente di te. Agli italiani non frega niente di me. C’è gente che addirittura si è sparata, gente che si è impiccata e non è cambiato niente. Anzi è peggiorato. Vuoi che interessi che io a 60 anni vivo grazie all’aiuto dei miei genitori ottantenni? Senza lavoro sono io e io da solo. Ognuno di noi è solo. La politica se ne è fregata, attenta ai suoi privilegi. Vengono qui in campagna elettorale a chiedere voti, a destra e a sinistra. Ma loro cosa ci hanno dato in cambio?». Ha gli occhi lucidi. Si allontana verso il Duomo.


IL RAGIONIERE
Vincenzo Micucci, l’ex ragioniere della concessionaria Alfa Romeo che abita a Conversano in provincia di Bari, il suicidio l’ha visto da vicino: «Sì, avevo preparato un po’ di corde per l’impiccagione. Non poter dare una vita degna alla mia famiglia, ai miei figli, mi ha convinto a farla finita. Nella mia totale solitudine, ero certo che con la mia morte li avrei salvati, perché loro avrebbero ricevuto la pensione. Perso il lavoro, ho perso l’identità, trattavo male mia moglie, i ragazzi. Sono riusciti a fermarmi che ero già sotto la pianta con le corde. Mi hanno spiegato dopo che al massimo avrebbero preso soltanto 400 euro al mese. Stavo facendo una pazzia che non sarebbe servita a nulla. Il consiglio agli altri è di affrontare la situazione a muso duro, di parlarne senza vergogna, senza isolarsi e sperare sempre in un futuro migliore». Quanti anni ha lavorato nella concessionaria Alfa Romeo? «Dal 1983 al 2011. Abbiamo chiuso per la mancanza di modelli di auto vincenti e per gli studi di settore: crollate le vendite, lo Stato pretendeva di incassare le stesse tasse». Dopo 28 anni da ragioniere, come è cambiata la sua vita? «Come bracciante a giornata, il contratto è di 35, 38 euro al giorno. In passato ho accettato anche il nero pur di sopravvivere. Come fanno tutti. Io do ragione agli agricoltori, che hanno avuto anni difficili con cattive stagioni come quest’anno. Eravamo 14 dipendenti alla concessionaria, sette fanno ora i braccianti stagionali. I miei compagni di lavoro nei campi sono tutti italiani. Non ci sono stranieri». E con 38 euro al giorno si vive in quattro? «Se non piove, arrivi a 900 euro al mese. Da noi è un’azienda a posto, non c’è il caporale che si tiene parte dei soldi. Ma quest’anno molte giornate sono saltate per il brutto tempo. Se va male, non superi i 400 euro. Mia figlia ha 23 anni, studia lingue all’università. Mio figlio, 30 anni, ha un contratto part-time come pizzaiolo e dà lo stipendio in casa. Altrimenti non vivremmo». Il suo primo giorno da bracciante ha provato vergogna? «No, ho pensato che mi stavo salvando dalla fame. Non ho provato nessuna vergogna perché per me lavorare è fonte di salvezza», sorride il ragionier Micucci, raccontando poi che l’ultima vacanza con la famiglia l’ha fatta dieci anni fa. E che lui a 19 anni si era già sposato, quando sua moglie di anni ne aveva 17 e l’Alfa Romeo era ancora un simbolo di successo dell’Italia industriale.

COME UN CONTE DECADUTO
Chi prova vergogna quando all’alba si alza per andare nei campi è invece Antonio V., 58 anni. Faceva l’imprenditore vicino a Bari, come suo padre. Vendita all’ingrosso di articoli per la casa. «Fatturato sceso a centomila euro, ventimila di guadagno. Ma gli studi di settore dicevano dovevo guadagnare il 45 per cento sul fatturato. Ho usato tutto il mio reddito di un anno per sanare il contenzioso con l’Agenzia delle entrate e ho chiuso. Basta. Adesso non trovo più nulla. Così anch’io sono finito a lavorare in campagna per 40 euro al giorno. Ho quattro figli, due studiano ancora. È dura». Lavorare la terra non è un’attività di cui vergognarsi. «Non è bello per me, mi fa star male. Mi vergogno, non perché la terra non sia nobile ma perché mi sento come un conte decaduto. Lavorare in campagna dopo aver fatto l’imprenditore è deprimente. Ho avuto problemi psicologici. Studiare tanti anni e avere questa gratificazione dal lavoro porta alla depressione. E alla rabbia. Perché si poteva intervenire prima. Ma i nostri politici non si sono tolti un euro, mentre a noi hanno tolto la dignità. Grillo dice cose giuste, solo che le grida. Se fosse più moderato, sfonderebbe. Io però la supplico: faccia in modo che la mia testimonianza non sia riconoscibile».



LA SPERANZA DELLA PSICOLOGA
Soltanto Laura Prospero, la giovane psicologa di Castellana Grotte, genitori in pensione e un fratello nell’Esercito, riesce a guardare il futuro con fiducia. Sta finendo la scuola di specializzazione in psicoterapia a Lecce e il lavoro con albanesi, polacchi e marocchini è solo una tappa per aiutare la famiglia: «C’erano molti altri italiani con noi», conferma la dottoressa Prospero: «Una signora originaria di Avellino raccoglieva ciliegie perché il marito, muratore, aveva perso il lavoro. Hanno anche un figlio. Lei aveva finito di lavorare a ottobre con le olive e ripreso a maggio. Raccontava che per tutto l’inverno, senza stipendio, hanno mangiato soltanto pasta. L’unica variante a Natale e Capodanno. Hanno mangiato pasta e lenticchie».

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